BIOTESTAMENTO

Il coraggio
di un veronese

19/02/2018 15:11

Una lezione di coraggio viene da Verona. Perché, sì, ci vuole del coraggio a decidere di chiudersi per sempre il sipario alle spalle. Giovanni Francesco Carmagnani, 75 anni, di Legnago, malato da tempo, giovedì scorso ha scelto la sedazione profonda e la sospensione delle terapie in atto, come permette la nuova legge sul testamento biologico. Senza girarci troppo intorno: ha scelto di morire, parola tabù di per sé, figurarsi se figlia del libero arbitrio individuale.

Ovviamente qui si aprirebbe un dibattito complesso, infinito e scivoloso, date le diverse (e legittime) posizioni e sensibilità di ogni cittadino in tema di diritti civili. Dibattito a cui non voglio partecipare.

In queste poche righe voglio soffermarmi sulla vicenda personale. Sul coraggio, dicevo. Perché nelle infinite discussioni lette ed ascoltate in Italia in questi anni sul biotestamento, di rado ho registrato una qualche riflessione sul malato e la sua vera sofferenza, che non è solo la malattia, ma soprattutto la scelta di farla finita. Spesso ho avuto l'impressione che l'opinione pubblica e la classe politica dessero per scontata questa decisione, la considerassero un'ovvia e scontata conseguenza del dolore. Mai che qualcuno si sia soffermato sul possibile tormento interiore del malato e dei familiari. Mai che ci sia fermati con umiltà dinanzi al contrasto sentimentale ed emotivo che una scelta del genere comporta.

Per questo parlo di coraggio di Carmagnani. Che è il coraggio anche delle figlie Sabrina e Mariangela, che hanno voluto rendere pubblico un dolore per sensibilizzare l'opinione pubblica su un tema che è legge ma è ancora socialmente un tabù. “Nonostante l'approvazione della legge, le difficoltà di applicazione, come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle restano ancora molte” ha detto Sabrina a L'Arena. Che poi ha parlato di quegli ultimi istanti: “In due ore e mezzo papà se n'è andato e lo ha fatto con il sorriso sulle labbra, attorniato da chi amava”.

Parole mai lette in nessun editoriale.

Francesco Barana


 
  • Andrea

    il 20/02/2018 alle 09:54
    Al netto del rispetto umano per chi vive situazioni di sofferenza, dolore, accompagnato dalle fatiche dei familiari, io credo che sia coraggioso chi affronta con lieta rassegnazione il male. Sono certo che anche la sofferenza (che è più tabù della morte stessa) possa insegnare qualcosa alla nostra disastrata umanità. Saluti.
     
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